20-27 Febbraio 2021


Bihać

Il grido d’aiuto arriva dalla foresta

Bihac’

6424 km. Se su Google maps cerchiamo la distanza dal Pakistan/Afghanistan/Etiopia a Bihac’, in Bosnia ed Erzegovina, l’applicazione indica 6424/6970 km. La rotta balcanica. Così oggi viene chiamata la strada che le persone, che scappano dalla guerra o da situazioni di vita indegne per l’uomo, devono intraprendere per realizzare il desiderio di una vita degna, affascinati dall’Europa, ma più probabilmente solo in cerca di pace.

Bihac’ è la città confine per l’ingresso in Europa. Qui, queste persone vengono bloccate. Qui SGA ha effettuato due missioni nel 2021.

Le persone vengono raccolte in campi profughi, che più che centri di accoglienza sembrano essere centri di detenzione a lungo termine.

Al nostro arrivo, lo scorso 21 febbraio, i padri gesuiti di JRS “Jesuite Refuge Service”, nostri mediatori culturali per la comunicazione con i rifugiati e con la polizia, tutte le volte che siamo stati fermati come prima tappa per effettuare le prime visite mediche, ci hanno accompagnato in uno di questi centri, finanziato dalla comunità Europea, quindi da tutti noi. Lo stupore è stato il divieto di ingresso imposto a tutti noi, nuovi arrivati, e il divieto di scattare foto anche dall’esterno della struttura. In questo luogo, principalmente utilizzato per le famiglie, nascono e crescono bambini, ci si ferma, a volte per rassegnazione, a volte per sfinimento. Lipa sarebbe voluto essere invece il secondo centro al quale saremmo voluti andare. Si trova in cima una collina, il primo centro abitato dista 18km. Il centro accoglie migliaia di persone. Ma la corruzione delle associazioni accreditate ad entrare a Lipa (sorge il dubbio se è una sola l’associazione ad avere il permesso), non ci ha permesso nemmeno di intraprendere il viaggio verso Lipa.

Il grido di aiuto arriva dalla foresta. 

Bihac’ è attraversata dalle limpide acque del fiume Una e circondata sino al confine della Croazia dal “Parco nazionale della UNA”. Ed è all’interno di questi boschi tra gli alberi o negli edifici abbandonati dalla guerra dei Balcani, che si rifugiano la maggior parte delle persone.

Per introdurci nei boschi o edifici in sicurezza, siamo stati ogni volta accompagnati dai mediatori JRS, anche perché conoscere l’esatta posizione dei diversi accampamenti o ottenere la fiducia dei rifugiati sarebbe molto difficile se ci si muovesse autonomamente. Inoltre, la complicata situazione politica della Bosnia rende molto complicato il rapporto con le istituzioni ed i dialoghi con le forze dell’ordine.

Le condizioni igieniche all’interno dei diversi accampamenti sono pessime. L’utilizzo dell’acqua del fiume durante l’inverno è praticamente impossibile viste le temperature bassissime e la difficoltà ad avere ricambi di abiti puliti peggiora inevitabilmente le cose.

Nella prima missione ci siamo ritrovati a dover fronteggiare un’epidemia di Scabbia diffusa in quasi tutti gli accampamenti.

Contestualmente abbiamo effettuato educazione sanitaria ai mediatori JRS sul riconoscimento della scabbia e sull’utilizzo dei farmaci per curarla, farmaci donati alla fine del nostro operato per dare continuità all’operato della nostra missione una volta andati via.

The Game.

Il Gioco: così è chiamato il tentativo da parte dei rifugiati per riuscire ad entrare in Europa. L’obiettivo: è quello di scavalcare le montagne che li separano dalla Croazia per poi raggiungere la Slovenia o Trieste. Per molti è praticamente impossibile. Abbiamo conosciuto persone che da anni invano tentavano il Game e che, ogni volta, venivano fermate sui monti dalla polizia croata che li intercettava con i termo scanner, o fermati in Italia…in entrambi i casi, rispediti a Bihac, nei campi di Lipa o nei boschi. Essere rispediti indietro vuol dire, per i più fortunati, curare le vesciche o verruche e cercare di trovare un nuovo paio di scarpe e dei vestiti (eh si, vengono spogliati e rimandati al mittente!!); per i più sfortunati, invece, vuol dire ritrovarsi con forti trauma cranici o braccia o gambe o spalle o ginocchia rotte, in maniera scomposta, perché, non basta essere spogliati e rispediti indietro, ma vengono intenzionalmente picchiati, il più forte possibile, per disincentivarli a riprovare il Game. Riuscire poi a Bihac’ a fare una radiografia per un profugo è praticamente impossibile. Gli ospedali pubblici non li accettano, nelle cliniche private, se si riesce a trovare l’ortopedico si parla di spendere dai 100€ in su per radiografia. Ci siamo quindi ritrovati a dover effettuare fasciature di fortuna e curare trauma cranici al di più con la speranza che tutto potesse risolversi nel migliore dei modi.

La speranza.

Però per molti, tra queste famiglie, ragazze o ragazzi, vedere un medico che è arrivato dall’Italia per prendersi cura di te, sapere perché tossisci, perché sei pieno di bolle, perché hai dei vuoti di memoria, avere la possibilità di chiedere ad un medico cosa assumere per poter effettuare il Game, ricevere delle vitamine o al più del paracetamolo, vuol dire speranza: vuol dire non far spegnere quella fede che da più di 6000 km ti porti dentro con il sogno di trovare la pace, un lavoro ed avere una famiglia ed una vita dignitosa; vuol dire continuare a nutrire fiducia nel mondo e nelle persone, con la consapevolezza che c’è del buono nell’uomo e non solo un manganello che ti ha fatto del male e rispedito laddove non vorresti più stare da anni. 

Entrare in Bosnia, alla luce del recente caos politico, che auspichiamo si risolva presto e non porti di nuovo al peggio un territorio che ha trovato la pace solo da pochi anni, per portare farmaci o vestiti e cibo, sarà sempre più complicato. Non per questo noi di SGA smetteremo di provare, per quel poco che possiamo, a portare quella luce di speranza, quella piccola luce di amore che se custodita in ogni uomo può contribuire alla crescita del bene comune ed al rispetto della dignità di ogni uomo.