10-17 marzo 2018 Libano

Al Rahma e Saadnayel Second Generation Aid Onlus

Fino a due giorni prima della partenza gli ostacoli ci sembrano insormontabili; le certezze acquisite sul territorio libanese sono saltate tutte e Maria Luisa ed io nutriamo seri dubbi sul partire o meno. Questa volta Lina non potrà accompagnarci negli spostamenti e per la prima volta dovremo servirci di un autista da lei scelto, che sarà anche la nostra “sicurezza”.
Non sappiamo neanche come si chiama costui e non sappiamo cosa ci attende in realtà. Sembra un salto nel buio e ancora mi domando se occorra più coraggio o più incoscienza nel portare avanti certe scelte. A entrambe noi vengono in mente i volti dei tanti bambini già curati e che sembrano aspettarci. Ritroviamo così la forte motivazione che ci spinge a decidere di partire.

“Siamo onorati del vostro arrivo in Libano e vi diamo il benvenuto.” Questa frase magica dell’altoparlante, emessa subito dopo l’atterraggio, sembra risvegliarci dal torpore: realizziamo di essere arrivati, e che la nostra missione ha davvero inizio.

10 Marzo


L’arrivo

Lubano campi profughi Second Generation Aid Onlus

Solito volo Alitalia delle 11.35, al quale siamo oramai abituati. Arrivo previsto alle ore 15.30 ora locale. Lina verrà a prenderci in aeroporto, come al solito (questa volta con autista e macchina di sua mamma, dal momento che la propria vettura è incidentata ed inagibile.)
Le premesse di questa missione sono state molto difficili, tanto da temere, proprio l’altro ieri, di dover mollare e non partire più.
Ora però siamo finalmente in volo. È tutto finito, voglio sperare, il negativo dei giorni scorsi.
E tutto ricomincia dalla nostra missione. È con me Maria Luisa Carucci, amica e collega otorino che si avventura oramai per la terza volta nell’esperienza dei campi profughi. Dall’ultima riunione ricopre anche il ruolo di vicepresidente della onlus e questa sua presenza nella dirigenza mi dà molta tranquillità. Sicuramente condivide la vocazione missionaria (perché di questo si tratta in realtà) e sicuramente ha già esperienza dei luoghi e delle persone, per cui mi sento sostenuta nelle inevitabili decisioni da prendere che verranno.

11 Marzo


El Marj

Beirut campo profughi Second Generation Aid Onlus

Partenza alle 7.00 da Beirut. Facciamo la conoscenza dell’autista, Wissam, a cui tanto è affidato della riuscita di questi giorni, e ci accompagna il nostro amico Jacopo, cooperante di “Un ponte per…”, la cui presenza ci rassicura molto.
Questo giorno è dedicato alle scuole di Maps e la destinazione è El Marj, frequentata da quasi 500 piccoli, su due turni.
Ci sistemiamo nel container che ospita la sala dei professori. Maria Luisa ed io lavoriamo ai lati opposti della stessa scrivania, in un ambiente molto piccolo e affollato. Jacopo siede accanto a Maria Luisa e la segue con le traduzioni ed il lavoro di segreteria. Così, lavoriamo in modo serio e continuativo dalle 10.30 alle 16.30, con solo una pausa di mezz’ora per un panino veloce. Al termine si contano 45 visite dermatologiche e 35 dell’otorino. Nel mio caso si può parlare di una invasione di verruche in questa scuola, di tutti i tipi e qualità e con una incidenza altissima. Osservo il carattere epidemico che le malattie assumono in questo luogo, dove la condizione di scarsa igiene è legata alla penuria d’acqua.
Rientriamo a Beirut verso le 19.00, cotti dalla fatica e dal traffico stradale (essendo domenica, il rientro del fine settimana lo prendiamo tutto.) Finisce che andiamo subito a dormire, dopo una cena frugale fatta a casa.

13 Marzo


Al Awda

Al Awda Second Generation Aid Onlus

Riprendo a scrivere stamattina. È martedì e sebbene abbiamo appuntamento alle 8.00 ci siamo svegliati alla solita ora (6.00). Ne approfitto subito per scrivere un po’, dal momento che la vita scorre veloce e carica di impegni e in macchina questa volta non riesco a scrivere perché le strade sono dissestate e piene di buche.
Siamo andate sole alla Bekaa, forti dell’appoggio dei dirigenti locali di MAPS. Appena arrivate nella sede siamo andate nella vicina farmacia a comperare i farmaci che ci mancavano (soprattutto antibiotici orali) e poi siamo giunte nel campo di Al Awda verso le 10.30. Situazione simile a quella del giorno precedente: ci siamo accomodate nel container che funge da ufficio direttivo e sistemate ai lati della scrivania. La cosa penosa è stata la comunicazione. Ad aiutarci c’era solo un insegnante, Osama, impegnato a tradurre su due fronti.
Presto ci siamo sentite travolte da aspettative a cui non poter dare risposta e tutto questo ci ha reso ogni singola visita tre volte più gravosa del solito. Non so se riesco a dare un’idea del gran disordine che ben presto si è creato all’interno del piccolo ambiente che ci ospitava. Tutto è stato veramente molto difficile. Al termine della giornata abbiamo visitato circa la metà dei bambini di ieri (25 io, 15 Maria Luisa) con il doppio della fatica. Abbiamo giusto fatto uno spuntino col tè e alle 16.00, sulla strada del ritorno, ci siamo fermati per uno snack e un caffè.

14 Marzo


Al Rahma e Saadnayel

Al Rahma e Saadnayel Second Generation Aid Onlus

Cominciato la giornata nella sede di Maps, dove incontriamo Mohammed Salemeh, che ormai è diventato un amico. È un siriano di circa cinquant’anni, magro, non alto, con profonde rughe sul volto che raccontano della sua vita. Anche se mi piacerebbe molto, non abbiamo mai avuto il tempo, fino ad ora, per fare due chiacchiere. È una persona molto interessante, con un gran cuore e ciò che osservo è che tra noi è molto forte la comunicazione non verbale, quella del cuore, e sebbene parli un ottimo inglese, spesso ci capiamo senza parlare.

La scuola del mattino è situata nel campo di Al Rahma. Ad accoglierci, oltre a Mohammed, il direttore Anwar, persona molto gradevole e con un sorriso accattivante.
La prima cosa che osservo in questo posto sono i colori. Ad esempio, la facciata del container adibito a ufficio della direzione è dipinto di color rosa shocking. Intorno, sui muri esterni, sono stati appesi dei poster dipinti dai bambini e per terra un finto prato verde che cerca di nascondere parte del brecciolino.
Mi fa tanto piacere quando vengo ringraziata per i colori che avevo donato l’anno scorso. Evidentemente sono stati utilizzati per rendere l’ambiente più gradevole e questo mi ha reso molto felice. Come pure quando il direttore ha tirato fuori da un ripostiglio il kit di pronto soccorso, anche questo dono di una delle missioni dello scorso anno, mostrandomi come tutti i prodotti fossero terminati. Mi ha dato così occasione di rifornirlo nuovamente, sapere cosa ha gradito di più o è stato più utile nel corso dell’anno, ma soprattutto di rendermi conto che nel kit mancava un termometro! Provvederemo nel corso di questa missione a rifornire ogni scuola di uno strumento per la rilevazione della febbre.
Il tempo scorre veloce in questa stanza, visitiamo in grande armonia e questa è la conferma di quanto sia importante l’energia delle persone che si hanno intorno. Abbiamo respirato sorrisi e positività in questa scuola. Durante la ricreazione addirittura si mette la musica da un altoparlante per invitare i bambini a scatenarsi nella danza. Sono riuscita a riprendere la scena in un paio di video che mi piacerebbe mostrare una volta rientrata.
Nella pausa pranzo riusciamo a fermarci in un piccolo ristorante per un’insalata e un bagno pulito. Solo allora ci rendiamo conto che Mohammed non sta bene: ha il viso scuro di chi è sofferente di qualcosa e ci dice di avere problemi intestinali dal giorno prima. Abbiamo con noi una bustina di Polase: gliela consigliamo assieme ad una reidratazione. Giusto il tempo di uno spuntino e due chiacchiere ed eccoci subito catapultate nella scuola di Saadnayel per le visite del pomeriggio. Questa località è quella dove in passato, e non so ancora il perché, mi è capitato di osservare e curare diversi casi di ustioni. Rivedo Maher, un bambino che ora ha tre anni, sulla cui gamba appena ustionata un anno fa mi è capitato il triste compito di pulizia e medicazione. Ora non piange più, sebbene il ricordo del trauma sia ancora vivo in lui. Osservo un lungo cheloide neoformato ma nel complesso non c’è ritrazione e la situazione obiettiva è migliore di quello che ci si poteva aspettare. Ho con me dei cerotti di silicone portati dall’Italia e comunico alla mamma che sabato torneremo e gliene spiegherò l’uso.
Al termine delle visite di dermatologia si contano solo 18 bambini, nulla rispetto a prima. Le prime volte che sono venuta in questi luoghi, i numeri erano tre o quattro volte superiori. Le patologie erano differenti e per lo più infettive. L’anno scorso, ad esempio, l’impetigine è stata rappresentata nelle sue forme più varie, talora anche gravi, dal momento che nessuno l’aveva diagnosticata e curata in tempo.
È dunque soprattutto in questa scuola, nel pomeriggio di martedì, che comincio a fare le mie considerazioni circa l’utilità del lavoro svolto fin qui. Non c’è paragone rispetto alle prime volte. Questo vuol dire che l’attenzione, le cure idonee somministrate e, soprattutto, la formazione degli insegnanti unita all’applicazione di norme di igiene ambientale hanno dato i frutti sperati. Sono molto felice perché tutto ciò conferma la nostra intuizione e ci dà la forza di portare avanti l’idea e pensare di esportarla anche in altri luoghi estremi del mondo. Ne parlo anche con Maria Luisa, che è la prima collega ad avermi dato fiducia e ad essersi messa davvero in gioco.
La nostra associazione, nata quasi priva di linee guida e di grandi obiettivi, si potrebbe proprio collocare nelle svariate “prime linee” del mondo, nel tentativo di portare salute laddove la miseria paralizza anche il diritto alla vita. Si potrebbero dunque aprire altri fronti di intervento, penso ad esempio all’Etiopia, dove mi è già capitato di andare in missione per due volte, o in centro/sud-America.
Per ora siamo piccolissimi e questo potrebbe essere un sogno, ma ho imparato che bisogna saper sognare in primo luogo per sviluppare l’idea che porterà ad una realizzazione futura…
Nel campo di Saadnayel visitiamo fino alle 17.30. All’imbrunire lasciamo questo insediamento di container che funge da scuola. Il tempo di qualche foto con il tramonto e la gioia nel cuore. Rientro a Beirut per le 19.30, cotti di fatica.

15 Marzo


El Faour

El Faour Libano Second generation aid onlus

Il fatto che anche Lina oggi viene con noi non ci risparmia la partenza di primo mattino. Appuntamento con Wissam alle 7, direzione Beeka.
Arriviamo direttamente nel campo di El Faour perché Lina ormai è una maestra e può insegnare agilmente la strada. Il  nostro arrivo è stato annunciato ed i saluti affettuosi che le vengono rivolti sono molti e colmi di nostalgia. Comprendo da questo cerimoniale quanto la sua figura sia mancata negli ultimi mesi. Lei ha rappresentato il raccordo tra Beirut, le farmacie e le  medicine e la Bekaa. Nel 2017 per motivi personali la sua motivazione è venuta meno, e ciò l’ha allontanata dall’empatia con queste persone. È assolutamente comprensibile: quando si hanno più fronti da affrontare, si abbandona quello più gravoso per non essere stritolati.
Oggi lei è nuovamente qui con noi, con la sua energia travolgente e contagiosa, ma è attaccata allo smartphone, distratta continuamente e i suoi pensieri sono altrove. Confesso che questo suo essere presente/assente finisce presto per infastidirmi perché lungi dall’essere d’aiuto spesso crea disordine.
C’è una gran confusione all’interno del piccolo container, tanto che ad un certo punto Maria Luisa sbotta, perché non si capisce più nulla. I suoi casi sono numerosi e qualche volta complicati; viene richiesta concentrazione soprattutto nella scelta della dose giusta di antibiotico. Il periodo in cui stiamo visitando (tardo inverno/primavera) ci mostra tutte le patologie derivanti dal freddo a cui sono sottoposti questi bimbi negli insediamenti su tende e nel suo caso le tonsilliti croniche sono numerosissime.
Il grido di Maria Luisa, assolutamente inatteso, dopo un iniziale shock che ripristina l’attenzione, ben presto viene dimenticato e il casino generale si rimpadronisce dell’ambiente.
Intorno a me si avvicendano maestri vari che parlano un po’ di inglese che comunque mi consentono di lavorare e ai quali va la mia gratitudine.
Verso le 12,30 finiamo il turno di mattina e le nostre visite nella scuola di El Faour, insediamento più povero fra i poveri.
Io conto solo 15 visite. È un miracolo, mi dico! Qui in passato  i pidocchi non si contavano e la scabbia la faceva da padrona.
Puntuale per le 12.30 come le era stato chiesto, si presenta Abir, una giovane bellissima donna siriana, vedova e madre di tre figli. Abbiamo necessità di intervistare qualcuno per il piccolo video che vogliamo produrre al rientro e lei mi sembra la persona più adatta. Maria Luisa si attiva col cellulare e Lina pone le domande in arabo e appunta le risposte in inglese su un foglio. Non ho purtroppo il tempo di rivedere questa intervista ma certamente mi dedicherò al rientro a coglierne l’essenza.
Dopo uno spuntino al volo, eccoci: verso le 14.30 raggiungiamo l’istituto per orfani al confine con la Siria di Dar El Hanan. È un grande collegio in muratura, finalmente, dove si respira aria di pulito e dove anche Maria Luisa sembra finalmente rilassarsi. Siamo qui principalmente per portare farmaci ad un giovane con molluschi contagiosi del pene. Ho visto delle foto inviatemi su whatsapp e ritengo un dovere cercare di risolvere il suo problema. Quando lo vedo mi rendo conto che questo dodicenne presenta anche un altro scoglio, di ben più difficile soluzione: una elefantiasi del prepuzio in sede di circoncisione. Non ho mai visto in tanti anni di professione una patologia simile. Sicuramente non posso essere io a risolvere questo problema che è di competenza chirurgica. Ciò che posso fare è chiedere aiuto e lo farò con certezza.
Circa 9 visite per me e una quindicina per Maria Luisa in questo posto pulito, non polveroso che quasi ci dispiace dover lasciare. Ci viene facile osservare quanto sia meno oneroso visitare in buone condizioni di igiene ambientale e non nelle situazioni estreme dei campi che spesso ci hanno messo a dura prova di pazienza. Con questa esperienza dagli orfani si conclude per questa volta la parte operativa che ci siamo prefissati.

16 Marzo


Chatila

campo profughi di Chatila, a Beirut. Second Generation Aid onlus

Oggi interrompiamo il nostro avanti-indietro per la Bekaa e ci dedichiamo ai palestinesi residenti nel campo profughi di Chatila, a Beirut. L’autista viene a prenderci sotto casa verso le 8.00.
Maria Luisa ed io eravamo già state in questo campo, a novembre, ma l’impressione è sempre la stessa: sbarra all’ingresso, strade talmente strette da costringerci all’alternanza, puzza di scarico e inquinamento ambientale ad estremi indicibili. Sopra a tutto ciò, un senso di oppressione legato al sovraffollamento e al non poter godere del sole se non a piccoli spicchi nel cielo. Le case sono alte, le strade minuscole, non c’è ricambio d’aria e le condizioni di luce naturale scarsissima obbligano all’uso continuo di luci al neon.
Jamila, la direttrice scolastica, ci viene incontro e ci guida nei vicoli fino alla scuola. Cominciamo a lavorare verso le 9.15. Presto mi rendo conto che il lavoro per me è scarso tra questi bimbi palestinesi, mentre il lavoro per Maria Luisa abbonda e di casi anche seri.
A noi si aggiunge ben presto Giulia, la cooperante italiana di “Un ponte per…”, in compagnia del suo ragazzo Anthony. La sua presenza, come altre volte, si rivela molto utile per Maria Luisa, essendo la sua figura a metà strada tra la traduttrice e la mediatrice culturale. Il lavoro scorre veloce anche se le visite sono molte e qualche volta anche un po’ lunghe per il settore otorino, data la necessità che alcuni hanno di seguire una terapia chirurgica di tonsille e/o adenoidi.
Complessivamente, in dermatologia sono stati visitati 25 bambini, la maggioranza dei quali (17) non presentavano patologie evidenti. Solo 8 mostravano qualcosa da prendere in cura. Questo si presta ad alcune considerazioni circa lo stile di vita dei palestinesi: benché privati della libertà, in uno stato di sovraffollamento come se fossero in carcere, hanno però accesso all’acqua, vivono in case edificate e sono informati sui concetti generali dell’igiene personale. Ben poco possono invece sull’igiene ambientale, che è assai compromessa e che giustifica l’altissima incidenza di allergie e patologie delle prime vie aeree, come dimostrato dall’altissimo numero di visite di Maria Luisa.

Nei saluti, come la volta scorsa, queste donne palestinesi si presentano con un regalino per noi. Questa volta è un manufatto dei bimbi realizzato per la festa della mamma: un vaso di coccio con un fiore di carta crespa avvolto nel cellophane. Anche questo, avere spazio nella propria vita per la gratitudine, mi dà conferma delle loro migliori condizioni di vita rispetto ai siriani.17 Marzo


Nella sede di MAPS

Nella sede di MAPS - Second Generation Aid Onlus

Solita sveglia presto. L’autista ci attende sotto casa alle 8.30 perché è sabato.
Abbiamo calcolato che non lavoreremo oggi, ma dedicheremo il tempo al consuntivo. Giulia, la cooperante, decide di venire con noi e la raccogliamo lungo la via. Oggi è libera dal lavoro e a noi fa piacere la sua presenza sempre allegra e positiva. Ci fermiamo una mezz’ora nella casa di montagna, a Suk El Ghareb, dove devo raccogliere alcuni indumenti lasciati la scorsa estate per il peso eccessivo.
Arriviamo nella sede di MAPS verso le 11. Maria Luisa e Giulia si dirigono subito verso la vicina farmacia a comperare creme per idratazione mancanti. Alla fine abbiamo deciso di integrare creme per la secchezza in tutti i bimbi che ne abbiano manifestato la necessità. E, sebbene le vaseline comperate lo scorso anno siano ancora numerose, non possiamo fare differenza e comperiamo la stessa crema idratante per tutti e le vitamine necessarie.
Il nostro amico Mohammed Salemi però è assente nella sede oggi. Ci fa sapere che è trattenuto a Sidone per un convegno.
Mohammed El Masri è impegnato con l’ospitalità di alcuni inglesi. C’è fermento nella sede. Ci appoggiamo nella stanza della direzione con i nostri pacchi, la descrizione dei casi con i nomi, i termometri e i farmaci per ogni singola scuola. Per quella di Al Rahma, in particolare, un nutrito numero di colori che possono essere utilizzati sia coi pennelli che con le mani.
Siamo proprio felici quando mettiamo  lo scotch all’ultimo pacco, e suggelliamo il momento scattando qualche foto per ricordo.

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