Al Rahma e Saadnayel

Cominciato la giornata nella sede di Maps, dove incontriamo Mohammed Salemeh, che ormai è diventato un amico. È un siriano di circa cinquant’anni, magro, non alto, con profonde rughe sul volto che raccontano della sua vita. Anche se mi piacerebbe molto, non abbiamo mai avuto il tempo, fino ad ora, per fare due chiacchiere. È una persona molto interessante, con un gran cuore e ciò che osservo è che tra noi è molto forte la comunicazione non verbale, quella del cuore, e sebbene parli un ottimo inglese, spesso ci capiamo senza parlare.

La scuola del mattino è situata nel campo di Al Rahma. Ad accoglierci, oltre a Mohammed, il direttore Anwar, persona molto gradevole e con un sorriso accattivante.
La prima cosa che osservo in questo posto sono i colori. Ad esempio, la facciata del container adibito a ufficio della direzione è dipinto di color rosa shocking. Intorno, sui muri esterni, sono stati appesi dei poster dipinti dai bambini e per terra un finto prato verde che cerca di nascondere parte del brecciolino.
Mi fa tanto piacere quando vengo ringraziata per i colori che avevo donato l’anno scorso. Evidentemente sono stati utilizzati per rendere l’ambiente più gradevole e questo mi ha reso molto felice. Come pure quando il direttore ha tirato fuori da un ripostiglio il kit di pronto soccorso, anche questo dono di una delle missioni dello scorso anno, mostrandomi come tutti i prodotti fossero terminati. Mi ha dato così occasione di rifornirlo nuovamente, sapere cosa ha gradito di più o è stato più utile nel corso dell’anno, ma soprattutto di rendermi conto che nel kit mancava un termometro! Provvederemo nel corso di questa missione a rifornire ogni scuola di uno strumento per la rilevazione della febbre.
Il tempo scorre veloce in questa stanza, visitiamo in grande armonia e questa è la conferma di quanto sia importante l’energia delle persone che si hanno intorno. Abbiamo respirato sorrisi e positività in questa scuola. Durante la ricreazione addirittura si mette la musica da un altoparlante per invitare i bambini a scatenarsi nella danza. Sono riuscita a riprendere la scena in un paio di video che mi piacerebbe mostrare una volta rientrata.
Nella pausa pranzo riusciamo a fermarci in un piccolo ristorante per un’insalata e un bagno pulito. Solo allora ci rendiamo conto che Mohammed non sta bene: ha il viso scuro di chi è sofferente di qualcosa e ci dice di avere problemi intestinali dal giorno prima. Abbiamo con noi una bustina di Polase: gliela consigliamo assieme ad una reidratazione. Giusto il tempo di uno spuntino e due chiacchiere ed eccoci subito catapultate nella scuola di Saadnayel per le visite del pomeriggio. Questa località è quella dove in passato, e non so ancora il perché, mi è capitato di osservare e curare diversi casi di ustioni. Rivedo Maher, un bambino che ora ha tre anni, sulla cui gamba appena ustionata un anno fa mi è capitato il triste compito di pulizia e medicazione. Ora non piange più, sebbene il ricordo del trauma sia ancora vivo in lui. Osservo un lungo cheloide neoformato ma nel complesso non c’è ritrazione e la situazione obiettiva è migliore di quello che ci si poteva aspettare. Ho con me dei cerotti di silicone portati dall’Italia e comunico alla mamma che sabato torneremo e gliene spiegherò l’uso.
Al termine delle visite di dermatologia si contano solo 18 bambini, nulla rispetto a prima. Le prime volte che sono venuta in questi luoghi, i numeri erano tre o quattro volte superiori. Le patologie erano differenti e per lo più infettive. L’anno scorso, ad esempio, l’impetigine è stata rappresentata nelle sue forme più varie, talora anche gravi, dal momento che nessuno l’aveva diagnosticata e curata in tempo.
È dunque soprattutto in questa scuola, nel pomeriggio di martedì, che comincio a fare le mie considerazioni circa l’utilità del lavoro svolto fin qui. Non c’è paragone rispetto alle prime volte. Questo vuol dire che l’attenzione, le cure idonee somministrate e, soprattutto, la formazione degli insegnanti unita all’applicazione di norme di igiene ambientale hanno dato i frutti sperati. Sono molto felice perché tutto ciò conferma la nostra intuizione e ci dà la forza di portare avanti l’idea e pensare di esportarla anche in altri luoghi estremi del mondo. Ne parlo anche con Maria Luisa, che è la prima collega ad avermi dato fiducia e ad essersi messa davvero in gioco.
La nostra associazione, nata quasi priva di linee guida e di grandi obiettivi, si potrebbe proprio collocare nelle svariate “prime linee” del mondo, nel tentativo di portare salute laddove la miseria paralizza anche il diritto alla vita. Si potrebbero dunque aprire altri fronti di intervento, penso ad esempio all’Etiopia, dove mi è già capitato di andare in missione per due volte, o in centro/sud-America.
Per ora siamo piccolissimi e questo potrebbe essere un sogno, ma ho imparato che bisogna saper sognare in primo luogo per sviluppare l’idea che porterà ad una realizzazione futura…
Nel campo di Saadnayel visitiamo fino alle 17.30. All’imbrunire lasciamo questo insediamento di container che funge da scuola. Il tempo di qualche foto con il tramonto e la gioia nel cuore. Rientro a Beirut per le 19.30, cotti di fatica.