Chatila

Oggi interrompiamo il nostro avanti-indietro per la Bekaa e ci dedichiamo ai palestinesi residenti nel campo profughi di Chatila, a Beirut. L’autista viene a prenderci sotto casa verso le 8.00.
Maria Luisa ed io eravamo già state in questo campo, a novembre, ma l’impressione è sempre la stessa: sbarra all’ingresso, strade talmente strette da costringerci all’alternanza, puzza di scarico e inquinamento ambientale ad estremi indicibili. Sopra a tutto ciò, un senso di oppressione legato al sovraffollamento e al non poter godere del sole se non a piccoli spicchi nel cielo. Le case sono alte, le strade minuscole, non c’è ricambio d’aria e le condizioni di luce naturale scarsissima obbligano all’uso continuo di luci al neon.
Jamila, la direttrice scolastica, ci viene incontro e ci guida nei vicoli fino alla scuola. Cominciamo a lavorare verso le 9.15. Presto mi rendo conto che il lavoro per me è scarso tra questi bimbi palestinesi, mentre il lavoro per Maria Luisa abbonda e di casi anche seri.
A noi si aggiunge ben presto Giulia, la cooperante italiana di “Un ponte per…”, in compagnia del suo ragazzo Anthony. La sua presenza, come altre volte, si rivela molto utile per Maria Luisa, essendo la sua figura a metà strada tra la traduttrice e la mediatrice culturale. Il lavoro scorre veloce anche se le visite sono molte e qualche volta anche un po’ lunghe per il settore otorino, data la necessità che alcuni hanno di seguire una terapia chirurgica di tonsille e/o adenoidi.
Complessivamente, in dermatologia sono stati visitati 25 bambini, la maggioranza dei quali (17) non presentavano patologie evidenti. Solo 8 mostravano qualcosa da prendere in cura. Questo si presta ad alcune considerazioni circa lo stile di vita dei palestinesi: benché privati della libertà, in uno stato di sovraffollamento come se fossero in carcere, hanno però accesso all’acqua, vivono in case edificate e sono informati sui concetti generali dell’igiene personale. Ben poco possono invece sull’igiene ambientale, che è assai compromessa e che giustifica l’altissima incidenza di allergie e patologie delle prime vie aeree, come dimostrato dall’altissimo numero di visite di Maria Luisa.

Nei saluti, come la volta scorsa, queste donne palestinesi si presentano con un regalino per noi. Questa volta è un manufatto dei bimbi realizzato per la festa della mamma: un vaso di coccio con un fiore di carta crespa avvolto nel cellophane. Anche questo, avere spazio nella propria vita per la gratitudine, mi dà conferma delle loro migliori condizioni di vita rispetto ai siriani.