El Faour

Oggi decidiamo di recarci al campo di El Faour, dove vive la nostra amica Abeer.
Le scuole sono chiuse e non possiamo utilizzare i locali a noi noti ormai da tante esperienze precedenti. Insieme ad Abeer ci viene incontro un giovane che ci apre le porte di un negozio che si affaccia sulla strada, all’apparenza chiuso da molto tempo. Sporcizia e ragnatele ovunque. Decidiamo di non visitare fino a che non venga fatta un po’ di pulizia e ben presto arrivano scopa e scopettone.
Dopo aver riordinato iniziano le visite, che sono tante.
In questo luogo Enrico è quello che soffre di più perché lo spazio angusto non permette di aprire il lettino portatile e finisce che farà ecografie a persone stese su un divano basso con grande sofferenza di schiena.

Ci fermiamo per la pausa pranzo verso le 13.30 e mangiamo un panino con shawarma e falafel. Presto ci accorgiamo che tutti i presenti nella stanza sono affamati come noi e il cibo diventa una bella occasione di condivisone.

In questo posto non si presentano solo ecografie ostetriche. Inoltre, diverse case sono in muratura e, per la prima volta in questa missione, ci capita di visitare anche persone e bambini libanesi.
Terminiamo verso le 16.30, ancora una volta stracotti di stanchezza. Io ho fatto circa 40 visite ma ho imparato che non è il numero assoluto che conta, bensì la modalità con cui vengono fatte e la collaborazione che si ha intorno.
Certamente le mie visite necessitano di una traduzione inglese – arabo e l’amico Ibrahim spesso si assenta per una sigaretta. Purtroppo senza di lui si ferma tutto per me perché nessun altro è in grado di aiutarmi.
Le persone non smettevano più di arrivare anche da campi vicini grazie alla rapidità con cui veniva trasmessa la notizia e quando pensi di essere verso la fine…ecco una nuova ondata fuori che aspetta oltre la vetrata. Tutti abbiamo lavorato molto in questo posto e siamo riusciti a liberarci solo perché abbiamo promesso di ritornare lunedì.