Giorno 4 – Khebir Daoud pt.1

La giornata di oggi, su segnalazione di Padre Fadhi, viene dedicata ad un campo siriano di nome Khebir Daoud.

Una struttura in pietra ci accoglie, completamente disadorna e vuota di ogni suppellettile. Finora non mi era mai capitato di entrare in un posto dedicato alle visite completamente vuoto: perfetto per la privacy, ma senza neanche una sedia o tavolo.

Gli amici ginecologi, entrati ormai perfettamente in team ed agevolati dalla lingua, sono i primi a riprendersi dallo shock; scelgono una stanza, sistemano per terra le loro cose, l’ecografo su una loro sedia e il lettino pieghevole portato con fatica dall’Italia viene aperto con attenzione, perché appena riparato. Ma proprio nel corso della prima visita, dalla stanza dei ginecologi giunge un tonfo: il lettino si è rotto, cadendo a terra, e a terra vi rimarrà per il resto della giornata.

Dopo le primissime visite vengo contattata per la segnalazione di un abuso sessuale su minore rilevato dai ginecologi su paziente con frequenti cistiti ricorrenti. Una bambina di sei anni abusata dal padre, come viene confermato anche dalla madre. Siamo tutti profondamente turbati e con padre Fadhi decidiamo di parlarne con il responsabile del campo.

Maria Luisa e Nunzia condividono una stanza, io ne occupo un’altra senza tavolino e Kamal lavora nello di un corridoio, l’unico con presa di corrente per l’ottotipo.

Poco dopo assistiamo ad una scena di violenza incontrollata proveniente dalla sala d’attesa, dove per poco non si arriva alle mani, perché qualcuno era stato accusato di non rispettare la fila. Un degrado terribile e la miseria senza controllo innescano dei meccanismi deleteri, che a fatica siamo riusciti a contenere.

Verso le diciotto interrompiamo e rientriamo al monastero, ove padre Fadhi celebra una S. Messa per noi, alla quale partecipiamo in quattro. Una cappella semplice ed essenziale, dove cinque anime hanno condiviso le emozioni di un giorno difficile, avvolto da immagini di bambini dai volti sporchi e i piedi nudi, di violenza e rassegnazione.

Il vero punto dolente del nostro lavoro, che ad oggi non ha ancora trovato una soluzione concreta ed efficace, riguarda i casi seri che rileviamo; essere in prima linea ed intercettare casi gravi a cui si sa benissimo di non poter dare risposta, fa aumentare la frustrazione ed è un grande esercizio continuare a ritrovare in sé la motivazione per andare avanti.