Giorno 6 – El Faour e Taanayel

La Bekaa è il territorio che conosciamo meglio.
Grazie alla collaborazione di Mohamed Salemeh di MAPS, oggi saremo presenti in due scuole: El Faour al mattino e Sednayeh nel pomeriggio. Teresa sarà invece accompagnata nella scuola di Hamdanieh, dove terrà il corso agli insegnanti sulla disostruzione delle vie aeree. Ancora una volta un programma pieno, ma siamo qui per questo e siamo tutti motivati.

Nella sede incontriamo subito un dirigente di MAPS, Vale Brian, inglese di 48 anni che ha deciso di lasciare il suo lavoro di insegnante in Inghilterra per seguire questi bambini. Brian ci seguirà tutto il giorno, appuntando i nostri commenti e tutte le osservazioni fatte sotto il profilo sanitario e ambientale.

Al mattino, nella scuola di El Faour ci dividiamo in due diversi container. La condivisione dello spazio con Kamal, l’oculista, mi permette di osservare quanti casi di bimbi ipovedenti assolutamente sconosciuti vengano rilevati. Vedo molte prescrizioni di lenti.
I bambini sono tanti e tutti vestiti poco, spesso senza calzature o calzini e tutti con manine congelate.

Tra i casi importanti, quello di un bimbo anoressico (che verrà segnalato a Brian per assistenza psicologica) che ha smesso di mangiare da quando ha visto il padre morire sotto una bomba.
Per non parlare delle numerose ustioni che mi è capitato di vedere e curare da queste parti; e quasi tutte formano dei cheloidi orribili.
Appena comincio a lavorare, tra i primi bambini che arrivano, se ne presenta che dichiara di aver avuto ustioni al braccio sinistro. L’obiettività mi incuriosisce tanto ed approfondisco con qualche domanda: sembra si tratti di cicatrici da ustione chimica. Mi confronto con Brian che conferma il mio sospetto: sono lesioni autoindotte. Gravi problemi psicologici che richiedono attenzione e psicoterapia. Andiamo avanti e man mano che diventa buio aumenta il disagio di star seduti là senza alcun riscaldamento. Mi colpiscono poi i problemi circolatori, i geloni e le manine screpolate della popolazione infantile.

Aumenta la frustrazione di non poter fare abbastanza. I farmaci ad hoc che portiamo sono quasi terminati e le quantità di prodotto necessario per ciascuno va ben oltre ciò di cui disponiamo.

Verso le 17.30 i miei pazienti sono terminati. Raggiungo Maria Luisa, ancora al lavoro. La trovo impegnata con un siringone, sotto l’unica luce presente nella stanza, a fare un lavaggio del condotto uditivo in un bimbo, intenta ad estrarre un corpo estraneo dal suo orecchio: si trattava di una punta di matita.

Insisto per andar via, dato il disagio del freddo, ma i bimbi continuano ad arrivare. Mi guardo intorno e vedo Ibrahim, l’autista, indicarmi Mahmoud, un bambino che è venuto solo dal campo e che era lì in attesa da almeno un’ora. Non possiamo andar via senza aver visto anche lui.
Sembra che abbia un forte dolore ad un orecchio. Appena Maria Luisa lo visita, la sorpresa: ha un timpano perforato da un’otite purulenta. Ci guardiamo tutti costernati nella stanza e restiamo senza parole. Per fortuna ci siamo trattenuti ed abbiamo portato a compimento questa visita.

È notte inoltrata quando si chiude il cancello del recinto della scuola di Saadnyel. Anche questa volta è finita, su tutto l’emozione che, nonostante la mancanza di calzature e vestiti e riscaldamento, le condizioni di salute di questi bambini siano molto migliorate dalla prima volta, nel 2016, che questa esperienza cominciò.