Giorno 7 – Barrelies

Giorno dedicato al campo di Barrelies, a noi molto caro. Lasciamo il convento un po’ più tardi al mattino e dedichiamo qualche tempo al riordino delle nostre cose. Dopo giorni di lavoro c’è un gran disordine tra le medicine e questo ci ostacola.

Arrivando a destinazione, quasi non riconosciamo l’ingresso del campo; l’insediamento è cambiato sensibilmente nell’arco di pochi mesi. Il responsabile, Nabil, ci viene incontro salutandoci e ci fa notare come il proprietario di un appezzamento di terra abbia ritirato la concessione e le tende siano state rimosse.

Non sappiamo dove sistemarci noi quattro medici; la grande stanza comunitaria non esiste più perché abitata da una famiglia dopo le vicende del ridimensionamento.
Maria Luisa e Nunzia optano per visitare all’aperto e si sistemano in un angolo illuminato dal sole: due piccoli tavolini e qualche sedia, ecco il loro ambulatorio. Kamal, dopo un tentativo fallito di visitare nella Moschea che prevedeva di stare piedi nudi su tappeti bagnati, opta per il corridoio che conduce alla medicheria, dove almeno può usare le scarpe. Io mi sistemo nella solita stanzetta, oggi più che mai umida e immersa in un fetido odore di fogna.

Le condizioni di visita molto precarie, aggravate dal fatto di non avere alcuna mediatrice culturale con noi. L’unico a poter visitare senza problemi è Kamal, che parla l’arabo. Maria Luisa e Nunzia si dividono l’aiuto di Ibrahim e la sottoscritta per poco non collassa nell’angusta stanzetta dove ha grandi difficoltà di comunicazione. All’improvviso, però, un’adolescente molto intelligente si siede vicino a me e, apprese le domande chiave, comincia a farmi da segretaria. La cosa sorprendente è che questa ragazzina non parla l’inglese o l’italiano, ma comprende con l’intuito e tramite la comunicazione non verbale. Il suo aiuto, empatico e fattivo, mi permette di concludere circa venticinque visite. Noi tutti riusciamo a lavorare e concludere un bel numero di consulti, seppur in condizioni di estremo disagio.